Il castello segreto e il leggendario monolite tra foresta e mare. Gargano, intreccio di natura e storia

Domenica, 20 Maggio 2012. Posted in Stili di vita

Da Rodi Garganico a Manfredonia

Su strada

Copro i 118 km che mi servono per arrivare da Rodi Garganico a Manfredonia, in 2 ore e 40 viaggiando a una media di 45 km/h. Per 1 ora e 16 minuti “veleggio” a emissioni zero, con un consumo di carburante di 10,3 km/litro.

Lascio Rodi Garganico che il cielo da plumbeo è tornato soleggiato, ma il vento resta forte tanto da impedire alla barca di levare gli ormeggi.

Quindi mi prendo avanti per scoprire la costa garganica (lato sud). Ed è un’autentica scoperta fatta quasi sempre in quota. A sinistra il mare e a destra la grande riserva naturale della Foresta Umbra (400 ettari), il cui nome non deve niente al centro Italia, ma al significato latino di ombrosa: e difatti finché c’è, il paesaggio è lussureggiante, per farsi più brullo dopo Pugnochiuso.

Nella natura quasi assoluta (a parte piccole divagazioni antropiche), d’un tratto il verde del bosco e l’azzurro del mare si interrompono quando spunta Peschici.

E’ un’enorme apparizione bianchissima fatta di case di ogni forma e dimensione (un po’ troppo grandi da qualche anno a questa parte, mi confesserà poi un abitante) a picco su un Adriatico che non riconosco, tanto intensi sono i suoi colori. Mi arrampico per vie che mi sembrano impossibili da risalire e mi confondo con i primi veri turisti incontrati nel tour: in cerca (loro) di prodotti tipici nei tanti negozietti attrezzati. Intorno, senza frenesia alcuna, corre la vita paesana: le anziane si incontrano per raccontarsi dell’ultimo funerale, i bambini giocano a palla nella piazzetta, i nonni sono seduti al bar e gli altri indaffarati a salire e scendere queste ripidissime rampe. Io invece cerco il castello normanno del Mille perché mi incuriosiscono le sue segrete e il museo degli strumenti di tortura; ma del castello (il punto più a nord della Puglia) trovo solo insegne di ristoranti, di vie e di negozi. Eppure quando salgo sulla terrazzetta del belvedere dove gli innamorati legano i loro lucchetti (Federico Moccia docet) senza accorgermene, sono sopra il castello.

Peccato sia chiuso fuori stagione. Così, dopo un ultimo sguardo a quei muri bianchi sferzati dal vento, proseguo. Poco fuori mi attira la chiesetta della Madonna di Loreto, più che altro per il mini villaggio costruito ai suoi piedi e per una barca issata sulla collina, molto ma molto distante dalla sua posizione naturale.

E tutto intorno un intenso profumo di timo.

A Vieste, in lieve pendenza sul mare, mi colpisce la sabbia che invade le strade. In cima al paese si staglia il castello svevo.

Qui gli storici ancora ricordano il grande saccheggio veneziano del 1239 e la decapitazione di migliaia di viestani nel 1554 da parte dei turchi. Esco dal paese fermandomi a fotografare Pizzomunno, l’amico monolite di 25 metri, insieme simbolo della città e antica leggenda che narra di una coppia di amanti.

Segue foto all’arco naturale Architiello, e alle molte torri di avvistamento del Cinquecento: nei punti strategici della costa esse si guardavano tre a tre, per sentirsi difese; e siccome i pirati arrivavano di giorno e di notte, col chiaro le sentinelle lanciavano l’allarme coi segnali di fumo, e al buio accendevano fuochi o suonavano corni e campane.

La litoranea prosegue alta coi suoi blocchi di arenaria che si sbriciolano sulla strada; ma anche in mare dove disegnano pittoreschi isolotti grigioverdi.

Poi c’è un improvviso susseguirsi di campeggi e villaggi turistici. E torna a trionfare la natura, di cui faccio una piacevole indigestione: l’unica contaminazione è il serpente d’asfalto che si arrampica e scende di continuo. Ed ecco Mattinata con le sue costruzioni tipiche (pagghiere) in pietre a secco, che fin dal ‘700 han dato rifugio a uomini e animali. Al tramonto arrivo a Manfredonia, l’antica Sipontum. Deve il suo nome moderno a Manfredi re di Sicilia che nel 1256 passò di qua durante una battuta di caccia: vide un borgo raso al suolo dal terremoto di due anni prima e decise di ricostruirlo 2 km più a nord. E’ la prova del miracolo di 700 muratori: in 8 anni città e castello erano pronti. Usarono le pietre di recupero (perché l’arte del riciclo non l’hanno inventata le municipalizzate) e il legname fatto arrivare per mare dalla vicina Jugoslavia, che in questo sperone d’Italia comincia ad allontanarsi.

Roberto Brumat

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