Tra mito e realtà, l’isola che non c’è, l’antro della Sibilla cumana, la patria dell’Immacolata Concezione e delle pizze, la città della Maga Circe e le ville con piscina degli imperatori

Mercoledì, 20 Giugno 2012. Posted in Stili di vita

Da Napoli a Riva di Traiano

Lasciamo Napoli da Posillipo, perdendo di vista il celebre pino (ripiantato nel 1984) e facendoci attrarre da una serie di errori: un vicoletto stretto e ripido che termina con una scalinata e la piccola Nisida “off limits”, dove alla nostra richiesta “Dove possiamo fare un giro per l’isola?” un agente di custodia simpaticamente risponde: “Qui. Girate l’auto e tornate indietro”.

Lontani i tempi del generale romano Lucullo che su quest’isola invitava gli amici per pranzi e cene memorabili: oggi Nisida è soltanto carcere e base americana. E dopo i primi accenni (discreti rispetto alle attese) di monnezza dimenticata qua e là strada facendo, arrivati a Pozzuoli per sbirciare l’Anfiteatro Flavio, ci perdiamo nella ricerca di un lago vulcanico: non un lago qualunque, nientemeno che la porta dell’inferno, l’Averno. Ma per l’aldilà evidentemente non è ancora tempo: in compenso la Porsche Panamera S Hybrid ci conduce alla scoperta di un hinterland partenopeo che della bella Napoli ha solo il profumo delle pizzerie.

Presto si fa strada una domanda: si può passare per Cuma senza fermarsi nell’antro  della sibilla di cui si parla fin dal 500 a.C., tre secoli prima che ne scrivesse Virgilio sull’Eneide? In effetti la grotta anticipata da un lungo corridoio con architravi che ricordano gli ingressi delle tombe greche, è molto evocativa, proprio sotto la collina col tempio di Giove: la vista del mare e del litorale immerso nel verde è splendida e paragonabile a quella che si poteva godere 2.500 anni fa. E poi la papalina Capua col suo ponte romano, le torri federiciane, la piazzetta coi mascheroni.

Ed eccoci nella Terra del lavoro, regione un tempo aggregata alla Campania e oggi territorio di Latina. Tutta la costa è un continuo richiamo all’antica Roma e agli ozii che diedero il la alla fine dell’impero. A Formia, dove tra le costruzioni medievali del ripido borgo compare una gran cisterna romana (il Cisternone) e una casa ad archi del ‘700 che lascia intuire la pre esistenza di un teatro romano, ci veniva in vacanza Cicerone, qui freddato dai killer di Marcantonio nell’anno 43 a.C.. Oggi Formia e Gaeta (3 km di distanza, sul mare) si guardano con la rivalità tipica dei confinanti di tutta Italia. 

A Gaeta Giacomo Bonelli presidente della locale Lega Navale, ci apre il sancta sanctorum cittadino: il trecentesco santuario della Santissima Annunziata. Se oggi nel mondo cattolico si parla di Immacolata Concezione lo si deve all’ispirazione dell’attigua cappelletta, gioiello tutto dorato,  collegato all’ospedale del Trecento, tra i più antichi d’Italia: inginocchiato davanti alla Madonna, a papa Pio IX nell’Ottocento venne l’idea di istituire questo dogma. La città dove nell’anno 997 per la prima volta qualcuno scrisse in un documento la parola pizze (erano arnesi da fornaio), è guardata dall’alto dall’imponente castello angioino-aragonese del VI secolo, fortificato nel Duecento da Federico II di Svevia: carcere militare per tanti anni e oggi in attesa di nuova destinazione.

Lasciata Gaeta ecco Sperlonga, dicono fondata dagli Spartani; così bella che Tiberio ci costruì una villa imperiale dotata di piscina sul mare e di grotta dove pranzare d’estate (e appartarsi nelle alcove) davanti a giochi d’acqua e a due gruppi di statue greche che raccontavano di Ulisse navigante e di come accecò Polifemo (visibili al museo).

Terracina, sede della Maga Circe, accolse Ulisse che pregò al tempio di Anxur (Giove) visibile dal mare, sorretto da un basamento a volte e corridoi.

Dalla Grecia si passa a Roma, col Foro Emiliano (attraversato dalla via Appia) che conforma il centro cittadino. Con Sabaudia siamo in pieno Agro Pontino, dentro i ricordi delle bonifiche del Ventennio fatte dai coloni veneti e dentro un’architettura, non solo pubblica, di chiara impronta fascista.

Ed eccoci alla doppia Anzio, nel senso che l’antica Anzio capitale del popolo dei Volsci, è l’attuale Nettuno mentre la Anzio di oggi (così ribattezzata da papa Mastai Ferretti nel 1857), dove nacque Nerone che ci tornava in ferie nella villa sul mare dove già l’avevano avuta Augusto e Caligola, è moderna. Ma Anzio, gravemente danneggiata nella seconda guerra mondiale, la conosciamo soprattutto per l’arrivo degli anglo americani, ricordato nel Museo dello sbarco alleato.

Se il mare dal 22 al 31 gennaio 1944 si popolò di navi, soldati e mezzi, la costa a Lavinium ricorda un altro sbarco, quello di Enea vicino all’odierno aeroporto militare di Pratica di mare; qui sono stati trovati 13 altari sacrificali dell’800 a.C.. Il litorale risale permettendo di addentrarsi (solo teoricamente) nella riserva naturale Tenuta di Castelporziano  (5.900 ettari di pertinenza dei presidenti della Repubblica); di calpestare i terreni già paludosi del Lido di Ostia, bonificati dal 1884 dalla prima cooperativa italiana di braccianti giunti da Ravenna; di curiosare la spiaggia di Fregene per carpire scorci di storia del cinema italiano anni Sessanta (qui avevano le ville Mastroianni, Fellini, Scola…). Poi si entra in area etrusca con Cerveteri e la necropoli della Banditaccia, la più estesa del Mediterraneo con migliaia di tombe dal IX al III secolo a.C.. E arriviamo a Civitavecchia per ritrovare alla Marina di Riva di Traiano, la vela Sly 42 Fun di “Un giro per la vita”.

Roberto Brumat

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